La storia di "Reggie"

Volevo adottare un cane, quindi mi rivolsi a un canile. Fu allora che incontrai Reggie, un bellissimo labrador che decisi subito di adottare.

Ma dopo le prime due settimane, capii che le cose non erano poi così semplici. Io e Reggie non riuscivamo proprio a capirci.

Poi un giorno trovai una busta sigillata tra i documenti di adozione di Reggie. Me ne ero completamente dimenticato. Presi lettera e dissi a Reggie: “beh, spero che il tuo precedente padrone possa darmi qualche consiglio.”

Al nuovo padrone del mio cane:

Beh, non posso dire di essere felice che lei legga questa lettera. Può essere aperta solo dal nuovo proprietario del mio Reggie. Non sono felice di scrivere questa lettera. Se qualcuno la sta leggendo, significa che ho dovuto dare via il mio labrador perché qualcosa è andato storto.

Quindi, lasci che le parli del mio Labrador, nella speranza di aiutarla a creare un legame con lui.

Innanzitutto, ama le palline da tennis. Più ne ha meglio è. In genere ne prende due in bocca, poi cerca di infilarsene anche una terza. Ma non ce la fa mai. Non importa dove gli tiri le palline da tennis, le troverà sempre. Quindi, faccia attenzione a non lanciarle vicino alla strada.

Per quanto riguarda i comandi, Reggie conosce i più basilari: “seduto”, “buono”, “a cuccia”. Conosce anche qualche gesto. Risponde bene a “palla”, “pappa”, “osso” e “vieni”.

Deve mangiare due volte al giorno, alle sette del mattino e alle sei di sera.

È stato vaccinato, ma Reggie odia il veterinario. Bisogna costringerlo ad andare da lui. Non so come fa, ma ogni volta, intuisce immediatamente dove lo sto portando.

Infine, gli dia un po’ di tempo per adattarsi. Io e lui siamo sempre stati insieme. Lui era sempre al mio fianco, mi seguiva ovunque. Gli piace sedersi sul sedile posteriore dell’auto, non abbaia. Ama stare in mezzo alla gente.

Devo condividere un piccolo segreto con lei… il suo nome non è Reggie. È molto intelligente, non gli ci vorrà molto per abituarcisi. Non so perché, ma ho dovuto dare un altro nome al rifugio. Se lei sta leggendo questa lettera, significa che è il nuovo proprietario del mio cane, quindi deve conoscere il suo vero nome. Il suo vero nome è “Tank”, come quelli che guido io (“tank” significa carro armato in inglese).

Ho dovuto lasciare il mio cane al rifugio perché non ho una famiglia. I miei genitori sono morti, non ho fratelli. Ho solo Tank… quando mi hanno inviato in Iraq, ho chiesto all’esercito di comunicare al rifugio che il mio cane poteva essere adottato. E se lei sta leggendo queste parole, significa che hanno esaudito il mio desiderio.

Tank è stato la mia famiglia per 6 anni, da quando ho iniziato a servire l’esercito. Spero che lei lo tratti come un componente della sua famiglia e che lo ami come l’ho amato io.

Se devo lasciare andare Tank per proteggere gli Stati Uniti dai terroristi, sono felice di farlo. Questa è una prova della mia dedizione e del mio amore per il nostro paese. Spero di rendere onore agli Stati Uniti.

Quando sono partito per il fronte, ho lasciato questa lettera al rifugio. Non credo di poter dire addio a Tank. La prima volta ho pianto. Forse gli darò uno sguardo per vedere se è finalmente riuscito a mettersi la terza pallina da tennis in bocca.

Buona fortuna con Tank. Gli dia un grandissimo abbraccio da parte mia.

Grazie

Paul Mallory

Rimisi la lettera nella busta. Conoscevo Paul Mallory, tutto lo conoscono. Paul Mallory era stato ucciso in Iraq un paio di mesi prima. Dopo la sua morte, fu insignito della medaglia d’argento per aver sacrificato la sua vita per salvare tre soldati.

Mi appoggiai allo schienale della sedia e guardai il mio cane.

“Ciao Tank” dissi dolcemente. Lui alzò a testa e tese le orecchie.

“Vieni qui”. Lui balzò subito in piedi. Si sedette di fronte a me, con la testa china, dopo aver sentito un nome che non aveva udito per mesi.

“Tank” sussurrai. Scodinzolò.

“Ora siamo insieme, Tank. Il tuo vecchio proprietario ti ha affidato a me.” Tank mi leccò la guancia.

“Vuoi giocare con la palla?” Tank uscì dalla stanza. Ritornò con tre palline da tennis in bocca.

Fonte: Bastet

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